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LO PSICODRAMMA

PERCHE' E COME FUNZIONA

 

Dr. Massimo Ventura - Psicologo Psicoterapeuta Bologna

 

 

Come nasce lo Psicodramma? (psicoterapia di gruppo)

Lo Psicodramma, com'è stato già detto in un precedente articolo (v. “Introduzione allo Psicodramma”), nasce specificamente come terapia di gruppo. Moreno, il suo ideatore, fu infatti il primo storicamente, lo ribadiamo, a parlare specificamente di “psicoterapia di gruppo”.
Da lì, lo Psicodramma conobbe una vasta risonanza ed espansione a livello internazionale, rivelandosi, nelle sue varie forme ed applicazioni, uno strumento duttile ed efficace sia in ambito clinico che non.
Mentre illustri psicoanalisti vi trovarono, da un lato, uno strumento congeniale per la cura di disturbi anche gravi, come ad esempio le psicosi, difficili da trattare altrimenti, a causa della scarsa capacità di mentalizzazione di cui soffrono i soggetti che ne sono affetti, dall’altro, se ne scoprì l’utilità anche ad es. a livello educativo e di formazione.

Come si può definire in breve lo Psicodramma?

Ma fondamentalmente ed in termini più semplici, come si può definire e come funziona lo Psicodramma?
Una possibile risposta, semplificativa in questo senso, può essere che lo Psicodramma è un metodo di lavoro di gruppo che sfrutta la messa in scena di tipo teatrale del proprio vissuto, più o meno problematico, per giungerne alla rielaborazione e, nel caso di conflitti e problemi, alla loro risoluzione attraverso la possibilità di rivedere e rivivere il proprio problema sia dall’interno come protagonista, sia dall’esterno, come spettatore.


Quali fenomeni si possono sperimentare in Psicodramma? (catarsi, insight, ripetizione, rielaborazione)

All’interno di una sessione psicodrammatica si possono osservare e sperimentare vari fenomeni, normalmente interrelati fra di loro, quali la catarsi, intesa come liberazione delle emozioni legate ad un vissuto più o meno profondo; la presa di coscienza (insight) di contenuti rimasti fino a quel momento latenti all’interno della propria consapevolezza; la ripetizione attiva dell’esperienza più o meno traumatica; la rielaborazione del proprio vissuto, eccetera.


Cosa favorisce la rielaborazione del vissuto?


Come sperimentato da Moreno nel “Teatro dell’Improvvisazione”, proprio il lavorare tramite l’improvvisazione favorisce, successivamente alla messa in scena, un recupero critico del vissuto agito scenicamente – in Psicodramma è spesso prassi trasformare un’emozione provata in un’azione corrispondente e significante, la consegna data è spesso: “non dirmelo, fammelo vedere”, bypassando così i meccanismi mentali di controllo razionale che agiscono sul nostro linguaggio quotidiano – proprio perché, così, chi compie l’azione può meglio rendersi conto di cosa ha effettivamente provato e fatto.

Tale procedura psicodrammatica ci permette quindi di metterci a confronto con ciò che effettivamente proviamo, dandoci così la possibilità di una rielaborazione e presa di coscienza successiva. La rielaborazione viene favorita dalla possibilità ulteriore, intrinseca alla metodologia psicodrammatica, di veder interpretato il mio stesso ruolo in scena da un altro membro del gruppo e poter quindi osservare l’interazione dall’esterno, come spettatore di me stesso, riuscendo così a notare sfumature della mia e dell’altrui interazione che dall’interno, come sul piano reale, mi erano magari sfuggite.

Ad esempio: parlando del mio capufficio, posso pensare, ed essere convinto di questo fatto, che mi irriti poiché lo ritengo un incompetente.

Mettendo in scena tale vissuto (ovvero interagendo tale scena con un altro membro del mio gruppo che interpreti il ruolo del mio capufficio), potrei invece rendermi conto che ciò che provo nei suoi confronti, man mano che mi lascio andare alla spontaneità delle mie azioni, contiene vissuti di cui non ero consapevole e che vanno “oltre” il mio viverlo come incompetente, permettendomi così una presa di coscienza più profonda del mio vissuto nei confronti di questa persona ed in seguito di relazionarmi con essa sul piano reale in modo più consapevole ed efficace.

Nel contempo, però, ho preso magari anche atto di vissuti e contenuti miei personali, che da questa situazione venivano solo evocati e che con il mio capufficio non centravano affatto, sui quali potrò eventualmente lavorare successivamente.

Vediamo a questo proposito il caso di Giulia.

Giulia porta in sessione il proprio “blocco” nei confronti di un superiore in ufficio rispetto al quale non riesce ad esprimere efficacemente le proprie idee lavorative pur riuscendo a portare avanti comunque in maniera soddisfacente i propri incarichi. Durante il riscaldamento di gruppo esordisce:

Giulia: “…non capisco…mi parla normalmente, mica mi urla contro, se mi assegna un incarico qualsiasi riesco a portarlo tranquillamente a termine… a patto di poterci lavorare su da sola… Ma se solo mi chiede un parere, un confronto… così, a parole, faccia a faccia… niente… non c’è verso… mi impappino tutta e per evitare di fare una figura peggiore finisco con lo stare zitta… così passo per quella brava ma timida… e questo mi taglia le gambe per quanto riguarda ogni possibilità di avanzamento… non so se sono chiara…”
(poco dopo, sulla scena)

Giulia, immobile, davanti al superiore
Terapeuta: “…Giulia…come ti senti adesso? Cosa provi? Esprimilo pure in parole…”
Giulia: “mi sento bloccata…ammutolita…non riesco a fare né dire nulla…”
Terapeuta: “scegli tra i tuoi compagni chi può fare il tuo esser bloccata e chi il tuo esser ammutolita…”
(Giulia sceglie due compagni che entrano sulla scena; su indicazione del Terapeuta, uno blocca le braccia di Giulia e l’altra le copre la bocca come ad imbavagliarla)
Terapeuta: “Giulia…è così che ti senti?” (Giulia, perfettamente calata nel ruolo, fa appena un cenno di assenso, quasi non potesse realmente né muoversi né parlare)
Il Terapeuta ferma l’azione e invita Giulia a guardarsi da fuori, facendola sostituire sulla scena da una compagna precedentemente scelta per farle da alter ego (impersonare lei sulla scena) mentre ella prende posto in uditorio.
Giulia osserva la scena in silenzio attento
Terapeuta: “cosa ti passa dentro? Fai un soliloquio…metti le emozioni in parole…”
Giulia: “mi vedo così stupida…come all’angolo…”
Terapeuta: “cosa vorresti dire alla Giulia che vedi sulla scena?”
Giulia: “vorrei dirle che…”
Terapeuta: “no…dillo a lei…(indicando la scena) se le parli ti può sentire..!”
Giulia: “muoviti! Svegliati! Fai qualcosa! Le cose le sai e le sai fare…!”
(la Giulia sulla scena non si muove)
Terapeuta: (percependo che quell’immobilità aumenta lo stato d’animo della Protagonista) “hai mai provato questo stato d’animo prima di essere assunta in quest’ufficio..?”
Giulia: (dopo un momento di riflessione) “…oddio… non ci avevo mai fatto caso… mi ricorda il nonno Alfonso… Il padre di mio padre… Siamo sempre vissuti tutti insieme in campagna, c’era anche la famiglia dello zio … Per me era una specie di…  non so… mio padre e lo zio, grandi e grossi, erano come bambini di fronte a lui… comandava in tutto e per tutto… anche se mia madre poteva comprarmi le scarpe o no. Era uno che non parlava molto… ma da piccola, quando mi diceva o chiedeva qualcosa io provavo una specie di imbarazzo… diventavo muta e non riuscivo più a spiccicare una sillaba… è morto poco dopo la mia partenza per l’università… che strano… non pensavo più a lui da tantissimo tempo…”
Terapeuta: “scegli tra i tuoi compagni chi può fare nonno Alfonso…” (viene scelto un compagno e “nonno Alfonso” fa il suo ingresso in scena, al posto del capufficio. Giulia riprende il proprio posto sulla scena, sempre bloccata e muta) “ora come ti senti, Giulia?”
Giulia: “è assurdo… davanti a lui non mi sento più bloccata…”
Terapeuta: “allora non esserlo più… liberati dei tuoi blocchi…”
Giulia: (si libera dai blocchi che la tengono ferma – i due compagni che li rappresentavano escono di scena – e si ritrova davanti al nonno…)
Terapeuta: “te la senti di parlare a nonno Alfonso ora che non sei più bambina?”
Giulia: (rivolta al “nonno”) “da piccola mi facevi sempre un sacco di domande… io ti guardavo e non rispondevo mai… però… (si commuove) …c’è una cosa che facevi sempre… nonostante… anche se stavo zitta… mi facevi un sorriso, mi arruffavi i capelli e mi dicevi “da grande non avrai paura di nessuno…” (si commuove nuovamente, poi si riprende)
Terapeuta: “c’è qualcosa che vorresti dire o fare con nonno Alfonso?”
Giulia: “posso fare una cosa?”
Terapeuta: “certo…”
(Giulia abbraccia in silenzio il “nonno Alfonso”)
Terapeuta: “cosa sta passando ora, Giulia..?”
Giulia: “anche lui…”
Terapeuta: “anche tu…(verso il nonno)”
Giulia: “anche tu (al nonno) mi parlavi gentilmente, ridevi e mi prendevi in giro…ma non eri cattivo…eppure…scusami se non rispondevo alle tue domande…”
Terapeuta: “puoi salutare, adesso, nonno Alfonso?”
Giulia: “si… però mi spiace…”
(nonno Alfonso esce di scena, torna in scena il “capufficio”, nella stessa posizione di prima)
Terapeuta: “allora, Giulia…ora te la senti di affrontare il tuo superiore?”
Giulia: (ancora visibilmente commossa) “si…credo di si…” (si asciuga in fretta gli occhi, come per mettersi a posto…)
Terapeuta: “c’è qualcosa che può esserti utile avere con te, prima che tu torni in quell’ufficio?”
Giulia: “Si!” (prende alcuni fogli da una risma e li sistema sotto braccio, come fossero documenti, poi si prepara…) “Okey…”
Terapeuta: “ora tornerai nel tuo ufficio, avrai di fronte il tuo superiore e farai e dirai tutto ciò che ti verrà di fare…”
Giulia: (entra in scena) “direttore, se permette avrei piacere di mostrarle alcune bozze di uno studio che sto portando avanti da qualche tempo…”
Terapeuta: “cosa dice il direttore, in questa storia della tua vita, a questo punto… inventa un finale!”
Giulia: “il direttore mi dice di portare queste bozze alla prossima riunione”
Terapeuta: “Bene… ora il direttore ti darà la sua risposta… e tu potrai uscire da quell’ufficio serenamente… ma prima di varcare la soglia, ti suggerisco di voltarti un attimo indietro… forse ci sarà una sorpresa…” (passa una consegna fuori scena)
Direttore: “molto bene signorina, per favore porti queste bozze alla prossima riunione, le vedremo insieme a tutto lo staff…” (si stringono la mano, dopo di che Giulia fa per uscire e sta per varcare la soglia dell’ufficio… all’ultimo momento si gira… )
Giulia: “Oddio…” (accanto al Direttore, nella stessa identica postura, c’è nonno Alfonso che le sorride… Giulia trattiene a stento le lacrime…)
Terapeuta: “c’è qualcosa che vuoi dire, Giulia, prima di andare..?”
Giulia: “grazie, nonno…” (esce di scena).   

 

Dr. Massimo Ventura
Psicologo Psicoterapeuta - 
Bologna

          

           

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