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PSICODRAMMA - LA STORIA DI RODOLFO

 

Dr. Massimo Ventura - Psicologo Psicoterapeuta Bologna

 

 

Per meglio esemplificare le caratteristiche di un percorso psicodrammatico, racconterò ora, per sommi capi, la storia di Rodolfo e del suo ri-scoprirsi.

Rodolfo mi aveva contattato perché interessato ad un percorso terapeutico ed ancor più attratto dal metodo psicodrammatico perché incuriosito, all’interno di questo, da quella che lui chiamava “non necessità di pensare”, riferendosi con questi termini al fatto che è attraverso l’azione scenica che la modalità introspettiva viene attivata nello psicodramma.

Non saprei ora riportare dove o come Rodolfo avesse raccolto le sue informazioni, in vero piuttosto confuse, sullo psicodramma, ma non era questo ad interessarci.

Ciò che più ci premeva focalizzare, nell’unico colloquio informativo che avemmo prima di iniziare il percorso, era cosa lo avesse spinto a cercare un aiuto di questo tipo.

Mi raccontò così, brevemente, che aveva già alle spalle un percorso analitico di tipo verbale vis-a-vis che però, nonostante la, a suo dire, buona relazione con il terapeuta, non aveva dato i risultati da lui sperati.
Gli feci notare che forse aveva delle aspettative alte e che così facendo stava, di fatto, svalutando il lavoro fatto in precedenza, ma lui ribadì che il percorso era da tempo concluso ma a lui rimaneva ancora la sensazione, nonostante i molti passi avanti che aveva fatto durante la terapia, di essere come “inscatolato” entro un modo di essere in cui non si riconosceva, qualcosa che egli sentiva vagamente come talmente facente parte del suo modo di essere che non era ancora riuscito ad identificarlo nonostante gli sforzi fatti.

Gli anticipai allora che anche in Psicodramma sarebbe stato necessario lavorare per un certo periodo di tempo per dar modo alle sue dinamiche interiori di esprimersi e rendersi palesi. La cosa non pareva creargli problemi, ci accordammo così per un inserimento in un gruppo di prossima formazione.

Le dimensioni psicologiche principali all’interno tanto di una singola sessione psicodrammatica quanto di un percorso sono, secondo l’insegnamento di Moreno, quelle della spontaneità e della creatività.
Fu interessante notare come durante i primi incontri Rodolfo si mostrasse come incapace di integrarsi davvero nel lavoro di gruppo: non parlava, se non quando veniva direttamente interpellato, interagiva con gli altri membri solo allorché coinvolto nell’interazione da qualche altro partecipante, mostrava perlopiù l’espressione mimica, così spontanea da parte sua che forse nemmeno lui stesso se ne rendeva conto, di chi aspetti “le istruzioni per l’uso”, una direttiva che gli facesse capire come comportarsi durante le sessioni.

Era d’altro canto evidente quanto fosse per lui frustrante il fatto di non avere appunto una linea guida, il non poter esser altro che ciò che gli veniva di essere in quel momento, nel “qui ed ora” della sessione, senza possibilità alcuna, normale di solito, drammatico per lui, di recupero del momento. A nulla valeva rassicurarlo, da parte mia e del gruppo, che per qualcosa che sentiamo “un errore” c’è sempre una ulteriore possibilità di cambiamento.
Eppure fu proprio questa frustrazione, che, aumentando di sessione in sessione, lo portò allo sblocco che ne seguì.

Nel suo seguire e partecipare alle storie portate dagli altri compagni di gruppo, Rodolfo si rendeva infatti sempre più conto di come non vi fosse un modo di comportarsi in sessione e di conseguenza non esistesse né per lui né per gli altri un preciso modo di essere cui potersi adattare, come era sua inconsapevole abitudine fare. Notava anzi come ogni cornice di riferimento comportamentale, che fosse sua o di altro membro, si rivelasse sempre come “un abito stretto” che limitava i movimenti.

Fu circa dopo tre mesi di lavoro col suo gruppo che Rodolfo sbottò, durante la parte iniziale della sessione, esprimendo prima ad alta voce poi in tono sempre più calante il suo non capire come facessero gli altri ad essere com’erano, così “senza cornice”, “senza punti di riferimento”, come se ognuno degli altri partecipanti, nel proprio esprimersi sulla scena, non facesse altro che “ciò che passa per la testa”.
Fu emozionante a questo punto vedere come il gruppo intero avesse percepito il suo “punto di rottura” in quel momento, come cioè la sua apparente protesta contenesse una richiesta di aiuto, seppur non espressa direttamente.

Dopo questo primo segnale forte da parte sua, trascorsero altri due mesi di lavoro, durante i quali si poté osservare in lui una sempre minore resistenza ad adattarsi alle storie sceniche dei compagni, anzi, sembrava che “interpretare” ruoli sempre diversi lo entusiasmasse sempre di più, come se da ognuno di questi lui ricavasse ogni volta qualcosa.

Ora, metodologicamente, sappiamo che nell’attribuzione dei ruoli da parte di un protagonista al gruppo degli attori, le parti non vengono mai date senza un motivo, per quanto non apparente: in chi riceve il ruolo c’è sempre qualcosa che, agli occhi del protagonista, lo fa somigliare al ruolo che porterà in scena. Parimenti, chi riceve il ruolo può specchiarsi in quel singolo dettaglio che al suo ruolo lo collega e, interpretandolo sulla scena, specchiarsi in esso come fosse una sia pur minuscola parte di sé.
In questo modo Rodolfo sembrava, almeno dall’esterno, estrarre costantemente piccole parti di sé dai ruoli che interpretava, come stesse, si sarebbe detto, osservandolo sulla scena, imparando a conoscersi solo in quel momento, durante il percorso.

Il momento davvero culminante per lui fu quando, scelto come protagonista dal gruppo, portò contemporaneamente in scena una serie di alter ego - tutti in conflitto tra di loro perché ognuno pretendeva di dire “la verità” - impegnando tutti gli attori del gruppo.

Ogni alter ego rappresentava una diversa “istruzione per l’uso” come le chiamava lui, come tanti copioni per adattarsi ad altrettante circostanze diverse della sua vita, ma copioni che appunto lo facevano adattare, come lui stesso ebbe ad esclamare, senza lasciarlo mai essere davvero sé stesso.

Tutti gli alter ego furono uno dopo l’altro, nel corso di una intensissima sessione, congedati e metodicamente eliminati dalla scena, quasi Rodolfo stesse letteralmente facendo piazza pulita dentro sé stesso – era lampante per tutti, infatti, non solo per me che osservavo la scena complessiva dall’esterno, come venne espresso dagli attori durante il successivo momento di condivisione, che quella che Rodolfo aveva messo in scena era la “sua” scena interiore, quella che lo aveva si poteva dire ossessionato per tanti anni – finché sulla scena non rimase con lui che un’unica altra figura, inizialmente tenuta sullo sfondo, quasi silenziosa, in realtà lasciata, non a caso, per ultima: quella del padre.

L’incontro con questa figura è carica di tensione… Quasi un soliloquio da parte di Rodolfo, che trova finalmente le parole per esprimere sé stesso davanti alla figura paterna, senza più cercare di aderire ad alcun copione per ottenerne le attenzioni, il compiacimento, in una parola per sentirsi infine accettato come persona, oltre che come figlio.

Ovviamente il padre “psicodrammatico” non è quello reale, e le vere battaglie della vita si combattono nel reale, ma come ho sempre detto ai miei allievi e pazienti, il teatro dello psicodramma è come una palestra delle emozioni, dove si può sperimentare ciò che fuori, nella realtà, è difficile provare, poi ognuno si porterà a casa, nella propria vita reale, il risultato di questi esperimenti e se vorrà li potrà mettere in atto realmente, per un reale cambiamento.

Per Rodolfo quella sessione, più che il culmine del suo percorso, fu piuttosto l’inizio della sua ricostruzione come persona. Non una fine quindi ma un nuovo inizio a partire dal quale dare un nuovo senso a tutta la sua vita.

Ciò che si poteva osservare ora era che durante le sessioni Rodolfo partecipava attivamente, dando ampiamente il proprio contributo al lavoro dei compagni e, nei momenti extra sessione, chiacchierava tranquillamente dei propri numerosi nuovi interessi e scherzava allegramente con tutti invece di chiedersi, come faceva all’inizio, in che modo comportarsi per farsi accettare dal gruppo.
 

Dr. Massimo Ventura
Psicologo Psicoterapeuta - 
Bologna

 

            

Psicodramma Bologna

 

 

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