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AGORAFOBIA

LA FOBIA DELLE SITUAZIONI SENZA VIA D'USCITA
 

Dr.ssa Maria Rita Pederzani - Psicologo Psicoterapeuta Bologna

 


Quando si parla di fobie ci si riferisce ad una paura intensa nei confronti di oggetti, animali, luoghi, situazioni o azioni della piu' svariata natura.

Nonostante le persone colpite da questo disagio si rendano conto dell’irrazionalita' dei propri timori, vivono tuttavia una condizione di terrore puro, incontrollabile che le induce ad evitare accuratamente quell’oggetto o situazione specifica.

Quando lo stimolo fobico e' ristretto (es. un animale, l’altezza, l’ago) la persona lo puo' evitare con relativa facilita' e renderlo quindi compatibile con un adeguato funzionamento sociale, familiare e lavorativo.
Quando pero' la fobia e' piu' complessa e le situazioni evitate sempre più estese, allora si verifica una ben piu' grave interferenza con la normale routine del soggetto, comprensiva delle attività abituali e relazioni interpersonali.

E’ il caso dell’individuo che soffre di agorafobia.

CHE COS’E’ L’AGORAFOBIA

Il termine agorafobia indica etimologicamente “paura della piazza”, quindi paura degli spazi aperti.
Nella realta' si assiste ad un’estensione del significato originario del termine a tutte le situazioni in cui il soggetto teme di sentirsi male lontano da casa, dove la propria abitazione viene generalmente vissuta come rifugio e luogo sicuro.

L’agorafobico infatti puo' temere di:
• trovarsi in mezzo alla folla
• fare la coda davanti ad uno sportello
• andare allo stadio
• andare a teatro
• andare al ristorante
• andare al supermercato
• viaggiare in treno, in automobile, in aereo

Molte donne riferiscono un’intensa paura di recarsi dal parrucchiere. Altrettanto vale per il dentista.
Tutte situazioni, queste, che certo sarebbe azzardato definire collocate in spazi aperti per cui due sono gli elementi rilevanti che emergono da questo breve elenco di luoghi fobici: in prima istanza, riferendosi al fattore “folla”, si deduce che uno spazio di per se' neutro è come se acquistasse una valenza terrifica per il solo fatto di essere popolato da gente (non a caso i pazienti riferiscono un alleviamento di pena nel trovarsi, per esempio, in un ristorante poco frequentato o in un treno poco affollato). Il secondo elemento e' che i luoghi raccolti, teoricamente piu' rassicuranti per l’agorafobico, sono in realta' altrettanto temuti qualora impediscano all’individuo, in caso di malore, di fuggire per rifugiarsi a casa il piu' presto possibile.
E’ proprio questa peculiare sensazione di impedimento che rende chiaro come sia possibile superare l’artificiosa distinzione spazi chiusi/aperti indicando piuttosto con il termine agorafobia  la paura di situazioni senza via d’uscita ovvero senza possibilita' di fuga rapida o rapido ritorno a casa di fronte ad una minaccia di morte.

Infatti cosa puo' temere che accada l’agorafobico in queste aree così ben delineate nella loro pericolosità?
• di perdere il controllo
• di sentirsi male
• di svenire
• di essere colpiti da un infarto cardiaco
• di rimanere privi di aiuto in pubblico
in una parola di morire, anche se a volte la paura della morte imminente è una paura che rimane sotto il livello di coscienza, prevalendo una generica sensazione, pesante ma confusa, di allarme e pericolo.

Quanto piu' e' prossima la sensazione di “venir meno” tanto piu' il soggetto si avvicina al panico, un vissuto parossistico di paura, terrore e minaccia per la propria incolumita', che puo' accompagnarsi ad una vera e propria “tempesta somatica” (ad es. sudorazione, palpitazione, senso di soffocamento, vertigini, tremore ecc.).
Oltre al mettere in atto le condotte di evitamento, che significa limitarsi a percorsi definiti nella migliore delle ipotesi e nella peggiore chiudersi letteralmente in casa, il soggetto mette in atto le condotte di rassicurazione (per esempio uscire portandosi dietro boccette di ansiolitici).
Tra queste, tuttavia, la piu' efficace e diffusa, ma anche quella maggiormente carica di complicazioni e implicazioni negative, consiste nel farsi accompagnare da qualcun altro, un genitore, un amico, un parente, per lo piu' il coniuge e comunque una persona familiare, fidata, di cui alla fine non si puo' fare a meno.

LE CAUSE
Al di la' della motivazione piu' o meno forte al guarire, la domanda che piu' assilla il paziente e' perche', da dove viene tale disturbo, ovvero la sua origine e il suo significato.
Per fornire una risposta a questa domanda occorre sapere che:
ogni individuo racchiude in se' la propria storia genetica e ambientale e la personalita' la svela e la racconta quotidianamente nel modo di essere, pensare, agire e interagire.
La modalita' di funzionamento di una persona sono piu' o meno adattive
a seconda del punto in cui si collocano lungo una linea che va da ciò che viene considerato “normale” e cio' che viene considerato “patologico”.
A sua volta la linea rispecchia il percorso segnato dallo sviluppo affettivo di ciascuno di noi, dalla nascita all’eta' giovanile, e ci indica, qualora siano avvenuti, dove si siano verificati difficolta' e blocchi, responsabili dell’insorgere di determinati disturbi.
Più e' antico il punto “critico”, più gravemente sono compromesse le capacita' relazionali, sociali e lavorative fino a giungere alle alterazioni di giudizio e di esame di realta' che caratterizzano i comportamenti totalmente disorganizzati.
Questo punto “critico” puo' rimanere silente per molto tempo, ma quando compare un evento che viene soggettivamente vissuto come traumatico (un cambiamento di lavoro, un trasloco, la perdita di una persona cara, la rottura di un rapporto...) allora il punto si manifesta sotto forma di sintomo.
L’osservazione clinica ci ha dimostrato che l’agorafobia e' un sintomo che si innesta su qualunque terreno di personalita' non funzionante in maniera adattiva, seppure con significati e decorsi variabili.
Su ciascun terreno l’agorafobia riproduce simbolicamente una diversa situazione di pericolo a sua volta correlata al punto “critico” di sviluppo affettivo proprio di ciascuna struttura di personalita'.

Per un meccanismo di difesa della mente, tale pericolo viene collocato nello spazio esterno, assumendo l’aspetto di fobia.

In sede di consultazione, infatti lo psicoterapeuta dovra' valutare su quale tipo di personalita' si e' innescato il sintomo fobico, per poi procedere al trattamento piu' idoneo al caso.

Non si puo' affrontare l’aspetto curativo senza tener conto pero' che, secondo molti studiosi, ma anche sulla base dell’esperienza personale, i migliori risultati ottenuti nel trattamento di disturbi psichici con componente agorafobica provengono dall’associazione tra psicoterapia e farmacoterapia.
In alcuni casi l’intensita' dei sintomi fobici, spesso accompagnati da depressione, angoscia, insonnia e agitazione, suggerirebbero allo psicoterapeuta di privilegiare come primo indirizzo l’invio al farmacologo. Tutto cio' con lo specifico scopo di permettere al soggetto oppresso dalla sofferenza e dal disagio psichico di raggiungere almeno il minimo livello di asintomaticita' che gli consenta la lucidita' necessaria e la disponibilita' emotiva ad affrontare il viaggio interiore che la psicoterapia comporta.
Superata questa fase iniziale e consolidato il processo di cambiamento, il sostegno farmacologico verra' gradualmente abbandonato.
La psicoterapia e' pero' un lavoro “fatto insieme”, per raggiungere un fine comune, e richiede, quindi, che terapeuta e paziente diventino e si sentano “alleati” nel perseguirlo; la costruzione di quest’alleanza non e' possibile se il terapeuta non tiene nella massima considerazione i vissuti e le esigenze del paziente.
Ne deriva che quando per la persona che ci si propone di aiutare l’approccio combinato psicoterapia-farmacologia e' difficile da accettare, si iniziera' direttamente con la psicoterapia, per ridiscuterne eventualmente più avanti,sempre in un’atmosfera di massimo rispetto e comprensione.


Dr.ssa Maria Rita Pederzani

Psicologo Psicoterapeuta Bologna

 

 

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